L’identità va difesa

Tratto dal libro”Privatizziamo!Ridurre lo Stato, liberare L’Italia” di Massimo Blasoni

Ai temi europei fa da sfondo un quadro più ampio, globale, caratterizzato non solo da questioni economiche, ma anche e soprattutto da una trama in cui si intrecciano ragioni politiche e culturali. Le tensioni a est in Europa, il rapporto con l’Islam, i flussi di immigrazione e la stessa trasformazione del tessuto sociale (quell’insieme di etnia, storia e tradizioni) ci segnano profondamente. Alla propensione revanscista ed espansiva dell’Islam politico, al suo aggregarsi su basi tradizionali e d’integralismo religioso, ad esempio, si è di norma risposto con il multiculturalismo, convinti che la convivenza potesse reggersi su due pilastri. Il primo: la tolleranza.
Rispetto alle comunità islamiche ma anche ad altre in Italia non si pretende l’integrazione, ma si pensa che accettare pienamente le diversità possa garantire l’assenza di conflitti. Anche se questo comporta la rinuncia ad alcuni aspetti identitari, come a una parte delle nostre tradizioni. La tolleranza assunta a monumento non basta, però, se molti di quelli che ci stanno di fronte pensano che ci siano degli spazi da occupare, che il proprio obiettivo etico sia l’islamizzazione del mondo. Ovviamente va sostenuto il principio di eguaglianza, ma è ben diverso pensare che in uno Stato a maggioranza cristiana le minoranze possano liberamente professare la propria religione piuttosto che togliere i crocifissi dalle classi in omaggio alla parità. Così come è diverso insegnare religione cattolica, riconoscendo il diritto a un diverso o a nessun credo, dal pareggiare tutte le religioni in omaggio a un politically correct portato al parossismo. Il timore di conculcare l’altrui libertà e di apparire razzisti sfiora talvolta il paradosso. Insomma, come se il più forte, il più esperto dovesse in ogni caso rinunciare a qualcosa di sé in omaggio alla pace con il più debole, ma risoluto. Saremmo altrettanto tolleranti con l’insistente venditore di strada se fosse italiano? C’è qualcosa che non funziona se la sola tautologia insita nel definirsi bianco finisce per essere percepita come una forma di allignante razzismo. E c’è da chiedersi se più che rinunciare a qualcosa di sé, chi ospita non debba pretendere passi concreti verso l’integrazione da parte di chi viene ospitato. Il secondo pilastro riguarda il ruolo salvifico delle regole. Vi è la convinzione che la convivenza di molteplici culture senza assimilazione possa reggersi sulla base di regole neutrali e accettate da tutti: la democrazia, la parità dei sessi, l’uguaglianza di fronte alla legge, l’imperativo categorico di non uccidere. La condivisione insomma di un quadro valoriale «naturale» come garanzia per la coesistenza di etnie diverse. Si sbaglia però a vedere le regole come valori universali e non già come il prodotto di valori storici propri di certe culture e non di altre. Perché pressoché non ci sono valori assoluti e condivisi o, meglio, la storicizzazione di questi valori ha prospettive e punti di vista diversi. Dati per la nostra società ormai acquisiti (l’inaccettabilità dell’infibulazione o della lapidazione delle adultere prevista dai codici in Iran) non lo sono invece per altre. La nostra prospettiva giusnaturalistica che teorizza diritti umani connaturati agli individui che precedono ogni struttura statale non è quella buddista, induista o del socialismo reale. E non si tratta di aspetti meramente culturali: l’asseritamente acquisita laicità dello Stato ha come contraltare l’islamismo costituzionale di più Paesi arabi. La stessa idea di democrazia va cambiando e non rappresenta un modello prevalente nel mondo. Nemmeno il diritto alla vita resta un valore assoluto. A riprova si pensi che, in seno alla nostra stessa comunità, temi come l’aborto, l’eutanasia o la pena di morte non hanno risposte univoche nel tempo e nei diversi Paesi dell’Occidente. I due pilastri non reggono perché non ci sono regole astrattamente condivise. Il multiculturalismo funziona solo sulla precondizione che due culture siano entrambe decise ad accettare l’altra e non a convertirla. E restando alla compresenza di culture nel medesimo territorio nazionale, anche posta la reciproca accettazione, resta il problema che non si sta parlando di comunità chiuse e ognuna impegnata a seguire le proprie regole non interferendo con quelle altrui. La commistione, nella vita di ogni giorno, tra gli uni e gli altri è ovviamente costante. E non possono esserci due leggi (monogamia/ poligamia) o leggi che astrattamente rispettino ogni aspetto di culture così profondamente diverse. Nella storia più o meno recente si è assistito a un deficit di tolleranza. Spesso le regole sono state poste da chi ha vinto e con la forza. Vae victis. Non è certo questa la strada. Oggi si è assunta una posizione quasi opposta però. È lecito chiedersi se non sia preferibile un modello che coniughi il rispetto per la cultura di chi viene, con l’esigenza di porre in atto misure volte all’integrazione. La conoscenza della lingua e l’accettazione di principi base di cittadinanza come condizione per la permanenza. Tutto questo non è poco liberale. Perché se è vero che non va conculcata la libertà altrui, è altrettanto vero che va preservata la propria. È necessario il patto sociale, con cui l’individuo accetta di sottrarre qualcosa alla propria potenzialmente illimitata libertà a beneficio di regole, di leggi democraticamente stabilite. Uscire dalla crisi è per noi anche assumerci la responsabilità di affermare queste regole. Per diventare cittadini di un nuovo Paese, pur senza perdere la propria libertà, occorre fare intimamente propri alcuni tratti culturali del Paese ospitante e rispettare (non solo formalmente) le scelte democraticamente assunte. Ci sono democrazie pigre, altre più vivaci e autorevoli. Sono preferibili le seconde.

Massimo Blasoni

L’Europa

Tratto dal libro “Privatizziamo!Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

Occorre affrontare senza timore il tema delle modalità della nostra partecipazione all’Europa. Dall’euro abbiamo tratto sia vantaggi che svantaggi, ma occorre riconoscere che ben difficilmente potremmo reggere l’uscita da un’unione monetaria in cui forse piuttosto sarebbe stato necessario entrare in maniera diversa. Non abbiamo, né sul piano politico né su quello economico, la forza di una partecipazione simile a quella inglese: dentro l’Unione ma con valuta e banca centrali e nazionali. Né abbiamo per ora dimostrato tra i Paesi dell’area euro il peso politico necessario a un’azione realmente incidente. Questa Europa sembra molto più la proiezione della Germania che dell’Italia e, fatto ogni atto di contrizione per i nostri errori, che questo per il Paese sia un bene è tutto da dimostrare. Occorre uscire dal paradosso che ci vede stretti tra l’impossibilità di uscire dall’euro (pena spread e inflazione altissimi) e politiche di eccessiva stabilità e, tutto sommato, di forte apprezzamento della moneta rispetto alle altre valute: parametri che obiettivamente sembrano più congeniali ad altri partner europei. Certo, la Bce ha svolto di recente un ruolo più espansivo ma solo da quando la sua azione è diventata improcrastinabile. È necessario rendere più incisiva la nostra partecipazione al consesso europeo perché l’Europa sia un po’ più congeniale all’Italia e il nostro ruolo sia meno pletorico. Questo senza dimenticare l’entità del nostro debito pubblico o l’esigenza di rivedere completamente l’efficienza della nostra spesa. Rilanciare il Paese prescindendo da una riflessione sul suo rapporto con l’Unione e sull’interazione della nostra economia con l’euro è improponibile. Per quanto ne condividiamo lo spirito, è difficile non esprimere dubbi sull’Europa che oggi conosciamo. In sé non è liberale un modello che ha contestualmente parametri comuni obbligati (come la moneta) e grandi differenze con riferimento al costo del lavoro o all’imposizione fiscale nei singoli Stati. O la competizione è caratterizzata da piena libertà su tutto o l’asimmetria non ci pone nell’alveo liberista. L’inflazione che ricorda Weimar in Germania per converso potrebbe – entro ragionevoli limiti – essere utile per l’Italia, proprio per il suo enorme debito. Allo stato dei fatti, almeno. Stabilità o sviluppo? Il modello Fed dopo Lehman Brothers, con un elevatissimo impegno del Tesoro americano, o la Bce come si è comportata sino al 2013? Quanto al qe, che in effetti rappresenta un parziale cambio di rotta della Banca Centrale Europea, è tutto da dimostrare se il suo intervento sul mercato secondario dispiegherà i suoi effetti anche sulle nostre famiglie e imprese o principalmente su sistemi creditizi
ed economico-industriali più forti. Insomma, se il sistema bancario italiano è sottocapitalizzato e le imprese hanno basso merito creditizio, il rischio è che quel fiume di denaro prenda altre vie. È prefigurabile in queste condizioni il rilancio dell’economia in Italia? Certo, la debole crescita con tassi Bce prossimi allo zero dimostra che non è sufficiente la politica monetaria. E anche gli effetti di una doverosa contrazione della spesa pubblica rischiano di essere minimi. La spending review dovrà generare risorse che di fatto verranno destinate alla contrazione del debito sulla base degli accordi europei di fiscal compact. Sarebbe più utile che i minori costi generati dalla revisione della qualità e dalla quantità della nostra spesa pubblica fossero finalizzati allo sviluppo mediante la riduzione dell’imposizione fiscale. Corriamo il rischio di una crisi profondissima, i cui effetti sono destinati a incrementarsi, con la conseguente perdita di porzioni rilevanti di sovranità nazionale, nonché di titolarità di parte dell’economia reale. Si guardi al surplus della bilancia commerciale
tedesca o al fatto che molte nostre aziende strutturalmente indebolite finiscono per essere acquistate da investitori esteri. In un mercato globale il problema non è la proprietà nazionale delle aziende, ma purtroppo questo è certamente un sintomo della crisi dell’economia di un Paese. Non si tratta di disconoscere che il debito e l’eccesso di spesa pubblica siano stati causati da scelte fatte in Italia. È tuttavia necessario concorrere a modificare politiche europee molto poco adatte a sostenere il rilancio del Paese, senza peraltro dimenticare che l’Italia è contributore netto del bilancio dell’Ue, malgrado la sua difficile situazione. Peraltro, è ragionevole pensare che i mercati premino i comportamenti virtuosi, ma questi non sono espressione di un unico rigido schema. È infatti vero che i mercati accetterebbero anche temporanei maggiori sforamenti del deficit, se da questi conseguisse crescita. Se sulla base della politica attuale, il rapporto debito/pil resta uguale e addirittura peggiora, la risposta dei mercati ovviamente non c’è. Non è peregrino affermare che si può provare a guidare piuttosto che essere guidati. 1) I mercati rispondono positivamente non di rado più al crescere del pil che al decrescere del debito; 2) la crescita è innescata da misure di stimolo ben prima che dal rigore; 3) le misure atte a stimolare l’economia (anche finanziate in deficit) non sono quelle invocate da taluni – nuova spesa –ma quelle liberali, ovvero meno tasse. Per rilanciare il Paese, si richiedono originalità di pensiero e una guida politica di alto profilo: in altre parole, anche posizioni forti in Europa e la modifica di non pochi trattati. D’altro canto, si può sostenere che paradossalmente i nostri esponenti politici non siano stati poco europeisti in passato, ma lo siano stati troppo. E per le ragioni e nei modi sbagliati. La costruzione europea infatti, oltre che una grande aspirazione, è stata anche un grande alibi per la politica italiana. Fra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, quando sono incominciati a venire al pettine i nodi economici della costruzione della nostra democrazia (pensioni e sanità, spesa e debito pubblico), quando si è capito che il nostro sistema politicocostituzionale non funzionava più adeguatamente, si è cercato di far risolvere i problemi a Bruxelles. Con una sorta di dismissione di ruolo, si è divenuti sempre più obbedienti a norme che provenivano da fuori, decise da organi che in sostanza non rispondono elettivamente a nessuno. Una perdita di sovranità che esprimeva la difficoltà del ceto politico a proporre riforme che non fossero indotte dall’Europa e che fu vissuta quasi come una conquista. Insomma, l’europeismo per sentirsi a là page. Questo declassamento non ha aiutato certo il nostro Paese nel sostenere le proprie ragioni con gli altri partner europei. Inoltre, il problema europeo, oltre che economico, è un problema politico. Ci si nasconde troppo spesso dietro a un dito. Si parla spesso del ruolo dell’Unione Europea in politica estera, rivolgendo a essa numerosissime critiche a seguito del mancato decollo come entità compiuta e unita di Stati europei. L’Unione Europea di oggi, va riconosciuto, è divenuta un’alleanza estremamente complessa e problematica, ma soprattutto rischia di perdere il senso iniziale per cui fu creata. Il cammino verso un’identità comune di tipo statunitense è difficilmente perseguibile, mentre i conflitti interni tra gli Stati membri non sono per niente banali. L’Unione Europea, che doveva avere una politica estera forte e coesa e che doveva divenire la prima economia mondiale, non si è mai realizzata. E insieme a essa non si sono nemmeno gettate le basi che avrebbero dovuto garantire la convivenza pacifica tra tutti gli Stati membri. Ovviamente ci sono numerosi e continui tentativi della politica comunitaria di mantenere la coesione politica dell’alleanza, talora con metodi sbagliati. La lotta per il controllo e per la supremazia all’interno dell’Ue è aspra. Alcune grandi potenze europee hanno relazioni di partenariato più importanti, addirittura fuori dal cerchio Ue, e percepiscono molti dei membri nell’Unione come veri e propri rivali politici. Un esempio lampante potrebbe essere l’evidentissima rivalità politica tra la Germania e il Regno Unito o tra il Regno Unito e la Francia. Inoltre, le differenze sono ancora assai marcate tra i Paesi della vecchia Europa (prima dell’allargamento) e i nuovi arrivati. In un ambiente così variegato, dove le potenzialità politico-economiche e militari dei Paesi membri sono così differenziate, la lotta per la supremazia diventa inevitabile. Considerando il fatto che le relazioni internazionali si basano soprattutto (ancor oggi è evidente) sulla legge del più forte, lo sfruttamento dello spazio comunitario per la propria affermazione e per il proprio dominio diventa un comportamento naturale degli Stati sovrani più forti, come la Francia, la Germania e il Regno Unito.
Mentre l’Italia non ha mai avuto la forza per tentare il raggiungimento di un ruolo di riferimento politico-regionale e ha sempre condotto una politica estera molto neutrale, soprattutto all’interno dello spazio comunitario, quasi alla stregua di un Paese debole. Tutte le considerazioni svolte non vogliono sostenere la tesi dell’uscita dall’euro o dall’Europa. L’idea di un’Europa dei popoli, più fortemente coesa, va idealmente condivisa. Occorre però affrontare senza tentennamenti il tema della nostra effettiva capacità d’incidere in questo consesso, chiedendo la modifica di politiche
e accordi oggi vigenti che riteniamo in contrasto con i nostri interessi. Altrimenti i nostri sforzi interni rischierebbero di essere insufficienti.

Massimo Blasoni

Un’Italia centrifuga e centripeta

Tratto dal libro “Privatizziamo!Ridurre lo Stato, liberare L’Italia” di Massimo Blasoni

Il futuro potrebbe prospettare diverse possibilità: dall’Europa Unita Stato sovrano sino alla dissoluzione di parte degli Stati attuali scomposti in molteplici regioni, anche in assenza di forme federative. Tra un estremo di oscillazione e l’altro del pendolo, quanto la nostra fantasia possa suggerire: l’Unione si dissolve e gli Stati restano tali, oppure vi sono aggregazioni mediterranee e altre del nord Europa, oppure l’Unione resta, ma ricompaiono le valute. Non si può preconizzare il futuro. Da un lato, le spinte della globalizzazione economica e gli strumenti di comunicazione e interazione culturale sempre più rapidi fanno pensare a un futuro in cui l’utilità comune è rappresentata da organismi sovranazionali di gran lunga più incisivi di quelli attuali, dunque con una sovranità nazionale più flebile o assente. D’altro canto, però, si contrappongono spinte regionali e localistiche molto forti e tensioni anche militari fra aree del mondo che potrebbero delineare un futuro completamente diverso da quello che la semplicità e l’efficienza intrinseche alla globalizzazione inducono a credere possibile. Non vi è certezza che il modello europeo attuale non si disgreghi e con esso la moneta unica. Perché, a ben pensarci, l’Unione non è connotata da un ideale politico e valoriale davvero comune, non ha un obiettivo geopolitico, non dispone di una lingua e di una storia che possano essere effettivamente riconducibili ad unum. Quello che tiene insieme l’Unione Europea è un’aspirazione di natura economica che, al susseguirsi di risultati negativi, potrebbe perdere la sua capacità aggregativa. La domanda che si vuol porre è se a questa vasta gamma di futuri possibili convenga o meno approssimarsi come italiani, cittadini di una medesima Nazione. Effettivamente, la stessa idea di Italia è potenzialmente in dubbio. Si è persa via via la post-risorgimentale consapevolezza di sé e
dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale ci si è nutriti di un atteggiamento dimesso verso il resto del mondo e di un forte senso di inferiorità. A tutto questo non si è quasi mai contrapposto un desiderio di revanche nazionale. Gli stessi risultati economici del dopoguerra sono stati visti più come l’espressione di un nord laborioso e industriale che come un dato davvero nazionale. Le differenze tra nord e sud e il sentimento di sfiducia verso lo Stato nazionale (visto nel Mezzogiorno come incapace di risolvere i problemi e nel Settentrione quale moltiplicatore di quegli stessi problemi, in quanto burocratico e iniquo nella ripartizione delle risorse) sono rimasti un dato cruciale. Anche da qui sono venute le spinte federaliste, rivelatesi però in ultima istanza ben poco utili, perché più apportatrici di nuovi sprechi che capaci di rendere meglio funzionante il sistema. Certo non è impossibile un futuro fatto di Stati regionali e una parte degli italiani si sente veneta, siciliana, piemontese. I più, però, provano una parziale indifferenza verso le proprie provenienze
regionali. C’è stata troppa mobilità nel Paese e per larga parte delle giovani generazioni i riferimenti culturali sono altri. È, va ribadito, soprattutto un diffuso senso di smarrimento rispetto al Paese nel suo complesso, a un’Italia di cui non si ravvisano le ragioni culturali costitutive, che non sono più intimamente possedute. Siamo insomma italiani – lo percepiamo, abbiamo tradizioni, etnia comuni – ma fatichiamo a spiegare cosa questo significhi e che senso abbia per noi. Sopravvivono per lo più il particolare e i rapporti familiari, perciò ci facciamo ancor più individui. Conviene però ragionare su un aspetto relativamente alla domanda che si è posta, cioè se convenga o meno approssimarsi al futuro come italiani, cittadini di una medesima Nazione. Innanzitutto, che il futuro sia caratterizzato dall’Unione Europea compiutamente federata o dalla sua disgregazione, esistono realtà statuali molto più coese della nostra che, con ogni probabilità, resteranno tali in entrambe le ipotesi. Ci sono senza dubbio forti spinte localistiche – dalla Catalogna ai Paesi Baschi, dal Veneto all’Alto Adige – ma vi sono altrettanto coese realtà nazionali. S’immagini pure dissolta questa Italia in cui poco crediamo, esclusa l’apolidia, due sarebbero le possibilità perognuno di noi: mutare la propria origine e farsi tedesco o francese così rinunciando alla propria identità personale (sono un individuo, ma ho coscienza di me in forza di un quadro culturale e sociale riconosciuto, si pensi alla lingua) e questo certo non vorremmo; oppure partecipare al futuro come espressioni regionali di un’Italia frammentata: ma non sarebbe vantaggioso. E su questo vale la pena spiegarsi. Talvolta, essere una realtà statuale di piccole dimensioni è conveniente. Certamente, a paradigma, hanno senso i vantaggi fiscali e bancari di Liechtenstein e Lussemburgo. Se però l’offerta si amplia e diventa patrimonio di molte regioni, la numerosità annulla il beneficio e lo trasforma in standard. E se allora la dimensione regionale non si trasforma in un’enclave vantaggiosa per i potenziali
investitori, non è produttiva. Per il resto, essere un piccolo Stato regionale in presenza di grandi Stati nazionali non pare efficiente. Non aiuta la ricerca, la cultura e l’impresa. Le università migliori ben di rado si trovano in piccole realtà geografiche e demografiche. E se il modello a venire dovesse comunque vederci parte di un’Europa federata con un organismo rappresentativo, ovviamente la rappresentanza parlamentare di un Paese grande sarebbe meglio in grado di incidere. Sicuramente in quello scenario conterebbe di più il voto tedesco di quello della Basilicata o del Piemonte. Poi è evidente che, al di là dell’espressione di voto, l’influenza politica ed economica (e lato sensu sottilmente militare) di una grande realtà, nazionale seppur federata, finisce per portare benefici ai propri cittadini e alle proprie imprese, migliori di quanti ne possa conseguire una realtà di modeste dimensioni. Il contesto europeo attuale resta caratterizzato in maniera consistente dalla politica degli Stati che continuano a perseguire vie proprie a sostegno dell’esportazione delle proprie aziende e degli interessi economici dei propri cittadini. E per il momento, a ben vedere, non si può ipotizzare un diverso sviluppo. Con l’eccezione forse della Lombardia, tutte le singole regioni italiane non avrebbero peso sufficiente. Meglio allora varcare la prossima soglia come italiani, cittadini di un unico Paese. Se il quadro futuro sarà l’Unione Europea che conosciamo, la difesa delle istanze di coloro che parlano italiano (la koinè come peculiarità) avrà senso soltanto con una consistenza dimensionale e politica che è impossibile al singolo individuo e che non sarebbe alla portata delle piccole regioni. E, se non sarà Europa, la situazione non muta, perché comunque i competitor economici resterebbero i singoli Stati del globo e le dimensioni regionali ci relegherebbero comunque in un futuro di scarso benessere. Dunque, quale che sia il futuro dell’Europa, «centripeto o centrifugo», ci si deve attrezzare a risollevare la situazione italiana, perché solo come italiani siamo in grado di competere. Si deve insomma entrare nell’ordine di idee che è questo il Paese da riformare ed è questa la comune imbarcazione
per una traversata che, con ogni probabilità, altrimenti non riusciremo a compiere.

Massimo Blasoni

Cause interne

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare L’Italia” di Massimo Blasoni

Tra i motivi della minor competitività imputabili agli imprenditori più che al sistema Italia o alla crisi internazionale, certo svetta la scarsa capacità di adeguarsi al nuovo scenario, senza svalutazione competitiva e con Paesi a più basso costo del lavoro. Questa incapacità è una delle facce della limitata attitudine a innovare nel suo complesso. La nostra impresa fatica di più nei settori ad alto contenuto tecnologico, ci è difficile adeguarci a processi di alta complessità quali quelli che richiede la produzione nel mondo
contemporaneo. La difficoltà a sperimentare attiene spesso all’incapacità di puntare decisamente a un rilancio su basi del tutto nuove, restando spesso ancorati a modelli di business superati e di frequente poco produttivi. Innovare, al contrario, vuol dire trovare le risposte giuste a vecchi o nuovi bisogni. Non si tratta solo d’investire denari per svecchiare le tecnologie, ma di individuare un diverso atteggiamento culturale e una nuova creatività. Vuol dire trovare altri modelli e mercati inediti, vuol dire inventare un nuovo modo di fare marketing indirizzato allo scenario globale del tempo in cui viviamo. Le nostre aziende investono poco in programmi di ricerca e sviluppo finalizzati alla creazione di prodotti e servizi davvero innovativi (a volte rischiosi da lanciare sul mercato), preferendo spesso sfruttare le (poche) risorse a disposizione come modo per coprire costi fissi rimasti scoperti o farsi finanziare cose già fatte. Non è un caso se nel periodo che va dal 2006 al 2014, secondo la Commissione europea, la resa innovativa – ovvero la capacità di innovazione – di Paesi come Lettonia, Estonia o Portogallo è cresciuta più di quella italiana. A tutto questo si lega un’altra evidente debolezza: l’incapacità cronica di parte del nostro sistema produttivo di cogliere i benefici della rivoluzione digitale. L’e-commerce in Italia è meno sviluppato che negli altri Paesi europei. Soltanto il 5,34% delle imprese italiane vende online i propri beni e servizi, una performance pari a un terzo della media europea (15,18%). Mancano talora ai nostri imprenditori una visione e una progettualità prodromiche a un’offerta davvero innovativa. Diceva Proust: «L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi». Lo si è saputo fare in passato ma non oggi, quando la sfida a livello globale richiede un drastico cambio di mentalità. Il «si è sempre fatto così» non funziona più, nemmeno in azienda. Alla bassa capacità di innovare si aggiunge in parte anche il tema della coincidenza tra proprietà e direzione, tipica del sistema imprenditoriale italiano. Una caratteristica che, pur talvolta positiva, è anche alla base di tutti i noti problemi legati al passaggio generazionale, alle difficoltà di aggregazione e all’utilizzo di un management più preparato nella direzione. Tema complesso, quello della direzione, come quello dimensionale (le nostre aziende tendono a essere relativamente piccole per il mercato globale). Ogni azienda è partita da un’idea: dal sogno di un imprenditore. Poi è cresciuta ispirata dalla visione dell’imprenditore. Nel tempo i maggiori volumi, l’innovazione tecnologica e l’anagrafe hanno reso necessaria la presenza di un manager, più capace di condurre il vascello. È questo uno schema che fa tremare i polsi a quasi ogni imprenditore stia leggendo queste righe. L’idea del passaggio delle consegne, della propria sostituibilità in quanto leader, atterrisce chi spesso ha fatto dell’azienda la propria vita e anche chi pensa, sulla scorta di Einaudi, che a spingerlo «è stata la vocazione naturale e non soltanto la sete di guadagno. Il gusto di vedere la propria azienda prosperare». Certo, il modello italiano è fortemente caratterizzato dalla coincidenza tra imprenditore e manager. Il trasferimento della proprietà e della leadership avviene spesso in famiglia, ma non porta quale conseguenza necessaria il trasferimento delle capacità. Riconoscere questo limite di governance del sistema imprenditoriale italiano non implica, però, che si sposi acriticamente la tesi opposta. Non va sottovalutato, infatti, che il modello manageriale di impronta anglosassone non ha sempre pagato. Da un lato perché alla competenza tecnica del manager non sempre si associa quella capacità visionaria che richiede non solo lo start-up delle aziende, ma anche il loro sviluppo. Dall’altro, perché la fedeltà all’azienda, che è avvertita dall’imprenditore come propria (può essere un orpello ma anche una ragione di profusione di impegno totale), non è sempre una prerogativa del management. Lo sviluppo delle imprese necessita anche di un proficuo utilizzo degli strumenti finanziari. Obbligazioni, borsa, private equity non sono strumenti adeguatamente conosciuti e utilizzati dalla nostra
impresa. La nostra borsa è arretrata rispetto a quelle dei Paesi dove hanno sede i principali mercati. Il numero di imprese quotate è di poco superiore a 200 e nel paniere principale di titoli (quello costituito dalle 40 imprese più grandi per capitalizzazione di borsa) figurano soprattutto società bancarie e assicurative, oltre a imprese provenienti dalle privatizzazioni pubbliche (alcune delle quali tutt’ora partecipate dallo Stato). C’è nei nostri imprenditori una scarsa propensione alla quotazione che non è solamente conseguenza della modesta dimensione delle aziende: è soprattutto culturale. Niente a che vedere con l’enorme mercato finanziario inglese o americano. Per capirci, nel 2013 mentre Piazza Affari registrava scambi per complessivi 540 miliardi di euro, quelli di Wall Street ammontavano a oltre 40mila miliardi di dollari.In Italia il 65% del credito è bancario e il 35% proviene da altri strumenti finanziari (Borsa, obbligazioni, fondi di investimento), mentre negli Stati Uniti il rapporto si capovolge.
In positivo possiamo solo riconoscere che l’uso non così esteso di strumenti finanziari, con eccezione del caso Parmalat e di pochi altri, ci ha preservato dal default di grosse aziende a forte partecipazione di investitori. Nel sistema globale, però, l’utilizzo non eccessivo della leva finanziaria non ci ha preservato né dalle ricadute della crisi dei subprime americani, né dalla Lehman Brothers, né da ogni altra fase della crisi finanziaria. In conclusione la nostra impresa ha luci e ombre e caratteristiche che sono forza e debolezza insieme (le dimensioni, la coincidenza di proprietà e direzione). Ne emerge un quadro, dove lo scenario internazionale non favorevole e le difficoltà direttamente ascrivibili al nostro Paese hanno come interfaccia la bassa capacità di innovare di molta parte del sistema produttivo. Resta qualcosa da dire però. Tra le molte crisi italiane quella dell’impresa è forse l’unica cui va tributato «l’onore delle armi»: l’unica che pare modesta se confrontata alle altre e l’unica che principalmente dipende da responsabilità non sue. È difficile dire quanti sono gli imprenditori in Italia, ma certo ci sono circa sei milioni di imprese piccole e grandi. Molte sono ancora capaci di crescere ed esportare, di creare sviluppo anche in condizioni di enorme svantaggio rispetto alle loro omologhe che operano in Paesi con meno tasse, burocrazia e tortuosità. Sarebbe irragionevole pensare che la prossima generazione troverà lavoro nella Pubblica Amministrazione o che la crescita economica non avrà come fulcro le aziende private. Si deve dunque scommettere sulle nostre imprese e sul coraggio dei nostri imprenditori.

Massimo Blasoni

In una posizione intermedia

Tratto dal libro “ Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

In una posizione intermedia tra i motivi di scarsa competitività, ascrivibili sia al sistema Italia sia agli imprenditori (e lavoratori), giova ricordare la stagnazione della produttività del lavoro, frutto di norme sbagliate tanto quanto di un approccio non privo di errori sia della grande impresa sia del sindacato. Durante gli anni Novanta la produttività era aumentata in Italia di un tasso medio annuo paragonabile a quello delle principali economie comunitarie; nel decennio successivo è cresciuta di meno, con una contrazione ulteriore tra il 2008 e il 2014. I problemi sono certo molti e strutturali e tra questi non sarebbe onesto ignorare anche il forte intervento del sindacato e una quantità di ferie, permessi e festività che non ha pari in Europa. Tra i motivi di minore produttività ci sono questioni legate alla formazione, all’innovazione tecnologica e, guai a dirlo, all’intensità dell’impegno al lavoro. In tema di risorse umane, lo si dice sommessamente, forse sarebbe necessario un atteggiamento più proattivo e di maggiore efficienza anche da parte dei lavoratori. Nell’Eurozona, secondo il Censis, in media un lavoratore produce 36,7 euro di pil per ora lavorata. L’Italia si colloca ben al di sotto della media, con 32 euro per ora lavorata. Francia, Belgio, Germania, Paesi Bassi sono tutti abbondantemente sopra i 40 euro l’ora. Inoltre, non vanno dimenticati i rapporti economici non sempre limpidi tra Stato e sistema produttivo. Talvolta l’aiuto statale si è rivelato più un salvagente di situazioni di per sé già critiche che un incentivo all’innovazione o alla crescita dimensionale. Certamente non si può sottacere che il nostro sistema sta ancora pagando le esagerazioni del ruolo, fin troppo ampio, che si è ritagliato lo Stato nella nostra economia. Protagonista per antonomasia è stato l’Iri, l’Istituto per la ricostruzione industriale, che a partire dagli anni Sessanta ha assunto una connotazione assistenzialista. A ciò si aggiunga il sistema degli appalti pubblici o le commesse statali: beni e servizi identici possono avere costi uno multiplo dell’altro in diverse regioni o addirittura nella stessa regione, perché alla concorrenza si è non di rado si è sostituita la «prossimità» al governatore di turno.

Massimo Blasoni

Cause esterne

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato e liberare L’Italia” di Massimo Blasoni

Oltre alle difficoltà rappresentate da aspetti globali della crisi comuni alle altre imprese occidentali, tra le cause esterne – diremo «italiane », non imputabili agli imprenditori – si possono annoverare la carenza di infrastrutture, la bolletta energica, le difficoltà e gli oneri dell’accesso al credito. A tutto questo bisogna aggiungere il costo dei dipendenti e la rigidità delle norme sul lavoro, l’eccesso di burocrazia e la gravosissima imposizione fiscale. Da non trascurarsi, infine, il controverso tema della moneta unica europea. Infrastrutture efficienti – è del tutto evidente – sono una componente chiave nel processo di internazionalizzazione delle aziende, grandi e piccole. Oggi la sfida di intercettare la domanda estera come vettore di crescita è ineludibile, ma per vincerla è necessario affrontare coerentemente lo svecchiamento infrastrutturale del Paese, dall’energia alla rete informatica, dalla logistica ai trasporti.
Secondo «Il Sole 24 Ore», in Italia un chilometro di Tav costa il quadruplo che in Francia: 62 milioni contro i 16,6 dei francesi, quantunque i tempi di costruzione siano assai più dilatati. Da quanti decenni la Salerno-Reggio Calabria è un cantiere a cielo aperto? I lavori sono iniziati negli anni Sessanta e fino a oggi i suoi circa 400 chilometri sono costati suppergiù 10 miliardi di euro. Ma le opere iniziate, finanziate e rimaste incompiute in Italia sono oltre 550: l’autostrada Roma-Latina, la Ragusa-Catania, la Bari-Matera, solo per fare qualche esempio, assieme a decine di bretelle e tangenziali incompiute. Non si tratta soltanto di costruire più e meglio ma anche, e soprattutto, di meglio collegare tra loro e al sistema europeo le reti esistenti: aeroporti, ferrovie, porti, strade. Per quanto riguarda le infrastrutture energetiche, secondo il World Economic Forum (che ha analizzato il livello di performance delle infrastrutture energetiche in 105 Paesi), l’Italia si piazza al 43esimo posto, tra gli ultimi in Europa. Si scontano il mancato sviluppo di nuove fonti di generazione e nuovi mezzi di approvvigionamento, oltre al mancato completamento del mercato interno dell’energia: armonizzare i criteri di definizione delle tariffe, favorire la concorrenzialità tra gli operatori esistenti, permettere l’ingresso di operatori nuovi. In aggiunta, vi sono i costi energetici. Un kilowattora costa alle imprese italiane mediamente 0,18 centesimi di euro, circa il 30% in più rispetto alla media dei Paesi dell’Unione. Il costo elevato dell’energia penalizza soprattutto la piccola e media impresa. La bolletta di un artigiano può arrivare anche all’80% in più rispetto alle tariffe agevolate di cui godono le grandi imprese nel nostro Paese, a dispetto dei dettami del protocollo di Kyoto: chi inquina paga. Intanto l’economia ristagna e le nostre imprese non competono. Le infrastrutture sono ovviamente anche quelle informatiche. Secondo i dati di netindex.com, siamo 93esimi al mondo per velocità di download domestica, dopo la Grecia. In Italia la banda larga raggiunge potenzialmente il 99% dell’utenza. Peccato che si tratti di una tecnologia ormai superata se confrontata con quelle più recenti – e assai più rapide – come la Nga (Next Generation Access), che in Italia copre solo il 21% del territorio rispetto al 62% della media Ue. I limiti e la sostanziale inefficienza della nostra rete infrastrutturale si pongono come principale fattore di freno, per le nostre aziende, per quanto riguarda gli scambi commerciali con il resto del mondo. A ciò si aggiunga che il sistema Italia nel suo complesso risente pesantemente della mancata capacità di usare i fondi europei dedicati alle infrastrutture: un misero 12%. Vanno anche ricordati il peso del costo del lavoro e dell’imposizione fiscale. Il costo del lavoro non è certo l’elemento chiave della competitività. Tuttavia, nell’Italia del 2014 in termini assoluti un lavoratore costa mediamente 28,3 euro l’ora. In Slovenia 15,6, in Portogallo 13, in Slovacchia 8,5. Se si passa all’analisi del costo del lavoro nei Paesi Ue fuori dalla moneta unica, si rileva che in Ungheria un lavoratore costa 7,3 euro l’ora e in Romania 4,6. Certo, ci sono Paesi in cui il costo del lavoro è maggiore di quello italiano. Francia, Germania, Belgio, Danimarca, Irlanda, Olanda, Austria, Svezia e Finlandia pagano i lavoratori più di noi. Ma se al costo o all’efficienza del lavoro, di cui si è parlato in precedenza, si somma quello della pressione fiscale diretta e indiretta, il nostro Paese è certamente il più penalizzato. Secondo Doing Business 2015, la nostra total tax rate, ovvero l’insieme di tutte le imposte dirette e indirette che gravano sull’azienda, è in assoluto la più alta: 65,4%, come già sottolineato. Quella dell’Austria si attesta al 52%, in Germania è pari al 48,8%, mentre in Portogallo è molto più bassa della nostra: 42,4%. Un peso fiscale così elevato non solo ci fa perdere attrattività per gli investimenti esteri, ma favorisce lo spostamento delle nostre attività economiche all’estero. Un tema da non sottovalutare, inoltre, è quello dell’accesso al credito e del suo costo. Le nostre banche sono spesso sottocapitalizzate, e quindi secondo le regole di Basilea 3 con un core tier 1 troppo basso per larghissimi impieghi. Inoltre, i circa 400 miliardi sui
2.000 dello stock complessivo che sono in mani estere e suscettibili di risentire dello spread e del rischio Italia hanno reso più difficile per le aziende italiane finanziare gli investimenti, anticipare il credito commerciale, sviluppare. Mentre in Paesi più sicuri affluivano ingentissime risorse che si trasformavano anche in impieghi per le banche volti non solo agli investimenti in debito sovrano, ma anche per famiglie e imprese, da noi la concessione del credito si è andata largamente restringendo negli ultimi anni. Di norma, un imprenditore italiano si finanzia a tassi mediamente più elevati di un competitor tedesco. E la ricaduta in termini di costo dei prodotti è evidente. Se è vero che non a caso il nostro sistema finanziario si definisce «bancocentrico», poiché imperniato per varie ragioni sul ricorso al prestito bancario, tale dato ha rappresentato la croce e delizia delle nostre realtà produttive già dal boom economico degli anni Cinquanta e particolarmente negli ultimi anni, durante i quali si sono potute distinguere almeno tre fasi diverse che hanno caratterizzato il rapporto banca-impresa. Fino alla prima ondata della crisi, quella abbattutasi in Europa a partire dal 2008, le nostre banche hanno garantito credito in misura abbondante, sfruttando innegabilmente pure l’opportunità di finanziarsi dall’esterno, grazie anche all’ingresso nella moneta unica. Tra la prima e la seconda ondata della crisi il credito ha conosciuto una fase di razionamento, ma inferiore a quello che si sarebbe avuto se i nostri istituti avessero scommesso come molti altri sulla «montagna di carta finanziaria» che si era sviluppata così rapidamente e su scala globale a partire dalla fine degli anni Novanta. Rimanendo fedeli al loro «mandato», quindi, le nostre banche hanno evitato la prima ondata della crisi, per poi invece subire drasticamente la seconda, quella caratterizzata dalla sfiducia nei debiti sovrani, e dalla contemporanea crisi interna dell’economia reale. La crisi economica, con l’impressionante crollo del Pil italiano del 2009 (oltre il -5%) ha portato a un progressivo e incessante incremento dei crediti deteriorati (conclusosi forse solamente nel 2015) e a una rilevante erosione del capitale bancario.Proprio nel momento di maggior necessità delle nostre imprese, le banche si sono ritrovate a soffrire il sostanziale blocco sull’approvvigionamento interbancario, a ridurre la concessione del credito e a utilizzare poi i prestiti generosi di Mario Draghi verso gli impieghi al momento più redditizi: il rimborso di prestiti in essere verso altri intermediari, soprattutto stranieri, e l’acquisto di titoli di Stato,specialmente italiani. Questa situazione ha prodotto una terza fase. I numeri mostrano, tra il 2011 e il 2014, un calo dei prestiti alle imprese non finanziarie in termini nominali per oltre 100 miliardi, che corrispondono a oltre il 10% del «massimo» storico, pari a circa 900 miliardi, e non includono gli effetti né dell’inflazione né dei prestiti deteriorati che di conseguenza non possono essere oggetto di rientro dalle banche. Anche in questo caso, nell’impossibilità di introdurre concretamente altri e più evoluti strumenti, le possibilità concesse agli imprenditori più capaci sono state limitate a quelle di un ampliamento dell’accesso all’emissione di obbligazioni. Nel contempo, si è rilevato ancora il sostanziale mancato ricorso (ancorché spesso preannunciato) alle disponibilità della Cassa depositi e prestiti, che
convoglia l’enorme stock di risparmio postale verso governo, enti e altre imprese pubbliche, e solo limitatamente ed eccezionalmente (in rapporto alle proprie possibilità) verso iniziative dirette a sostegno del credito al mondo produttivo. Ora resta da verificare quali saranno gli effetti del quantitative easing della Bce sul credito bancario a famiglie e imprese. A tutto il 2015, secondo i dati Bankitalia, l’erogazione di credito è rimasta per le imprese non finanziarie al di sotto di quella dell’anno precedente. È pleonastico ricordare i costi per l’impresa derivati dall’asfissiante burocrazia: tema presente in ogni capitolo. Bisogna però accennare a quanto pesino i ritardi dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni: si tratta, malgrado gli sforzi del governo, di circa 70 miliardi nel 2015, pari a quasi il 5% del pil. Un costo stimabile in sei miliardi a carico delle aziende, considerando il costo medio del capitale su dati Bankitalia. Le aziende si devono infatti finanziare per far fronte ai ritardi di pagamento e devono pagare fornitori e lavoratori. L’incidenza di questi costi sulle singole forniture è pari al 4,2%.Un’impresa italiana paga il ritardo della pubblica amministrazione quattro volte un’impresa francese e sette volte un’impresa tedesca. Insomma, lo Stato paga quando vuole, generando nel sistema delle
imprese costi altissimi e impropri. Last but not least. Resta poi il tema euro. È una delle questioni più complesse. Certamente l’apprezzamento dell’euro sui mercati internazionali e l’impossibilità di compensare le fluttuazioni facendo politica valutaria rappresentano un limite per le imprese del nostro Paese, abituato alla svalutazione competitiva. I dati della bilancia commerciale e il notevole incremento dei volumi delle esportazioni tedesche sembrano sottolinearlo, visto che la Germania si appresta, per l’ottavo anno consecutivo, a sforare il 6% del surplus commerciale imposto dall’Unione. Nel 2014 la bilancia commerciale tedesca si è chiusa con un attivo esorbitante, pari a 216 miliardi di euro. A puro titolo di esempio, l’attivo della bilancia commerciale italiana, che nello stesso anno ha registrato il valore più alto dal 1993, è stato di 42,8 miliardi. Un’Unione dove, a fronte della moneta unica comune, per larga parte dei partner non si è realizzata un’armonizzazione del peso delle imposte e del costo del lavoro, e dove il gravame finanziario e l’ammontare complessivo del debito sono così diversi, certo non rappresenta, almeno sul piano teorico, l’optimum. Resta però da dire che non vi è controprova su quali sarebbero stati gli effetti per le nostre imprese se si fosse mantenuta la valuta nazionale. Stare fuori dall’euro sembra premiare l’Inghilterra, almeno dal punto di vista della crescita, ma questo non fa prova. Ovviamente da annoverare tra le cause esterne c’è anche lo scenario internazionale. Non solo con riferimento alla crisi finanziaria internazionale, ma anche alla crescita di numerosi Paesi, che nel saldo tra maggiori consumi e maggiori esportazioni hanno registrato un incremento maggiore delle esportazioni.

I lavori che non ci sono più e quelli che ci saranno

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare L’Italia” di Massimo Blasoni

Un recente rapporto del Labor Department degli Stati Uniti ha spiegato che studiare potrebbe non essere più sufficiente per garantirsi un posto di lavoro adeguato. Il 65% dei ragazzi che oggi siede su un banco di scuola si troverà a fare un lavoro che ancora non esiste.
La tecnologia sta provocando un mutamento storico delle nostre abitudini e del mercato del lavoro: cambi di paradigma così impattanti si sono già vissuti in passato, basti pensare al fenomeno della Rivoluzione industriale. Mai, però, con questa rapidità. Il sistema scolastico italiano e i vecchi metodi di insegnamento e di avvio alle professioni appaiono oggi inadatti ad affrontare queste sfide. Diventa fondamentale modificare il modo in cui si affrontano e si risolvono i problemi, passando da un sistema di insegnamento fondato sul trasferimento di nozioni a uno capace di trasmettere metodo e di incentivare creatività e capacità di adattamento. Se si parla di qualcosa che ancora nemmeno esiste, si deve anche avere l’umiltà di ammettere l’impossibilità di programmazione: non serve a nulla immaginare percorsi di formazione specifici e basati su un mondo che non esiste. Molto più serio è invece abituare studenti e lavoratori all’idea che, fornite le basi tecniche e di conoscenza, l’apprendimento non è più una fase della vita circoscritta alla giovinezza ma deve diventare un aspetto con cui conviveremo sempre e dunque comprendere che il percorso lavorativo si deve accompagnare con quella formazione permanente, che invece latita in Italia. Chi oggi frequenta un qualsiasi corso di informatica, a un qualsiasi livello, sa già che sta incamerando informazioni che saranno probabilmente superate quando avrà finito il suo percorso scolastico: vale per chi siede su un banco del primo anno del liceo scientifico e vale per chi sta sostenendo il primo esame universitario di ingegneria informatica. Chi oggi si laurea o si diploma in materie informatiche o statistiche ha iniziato la sua formazione quando su LinkedIn, il popolare social network dedicato ai professionisti, erano iscritti 89 sviluppatori di applicazioni per iPhone, 53 sviluppatori di applicazioni per Android, 25 esperti in gestione di social network, nessun analista di Big Data e 195 specialisti in servizi cloud. In meno di un lustro questi posti di lavoro si sono moltiplicati: gli sviluppatori di app per iPhone sono 142 volte quelli del 2009, quelli che si occupano di sviluppare applicativi per Android 199, mentre gli esperti di Big Data sono oggi 3.340 volte quelli di allora. Nessuno dei loro professori gli aveva mai spiegato che con un telefono si sarebbe potuto operare sui conti correnti bancari, ascoltare musica o che l’analisi dei dati avrebbe aiutato i Governi di tutto il mondo a migliorare le proprie scelte di politica pubblica. Vale per ogni Paese del mondo, forse ancor più per il nostro mercato del lavoro, fra tutti, uno dei più restii a cogliere rapidamente le innovazioni.

Massimo Blasoni

Il Jobs Act: la direzione giusta e il poco coraggio

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare L’Italia” di Massimo Blasoni

Il Jobs Act varato dal governo Renzi va, in piccola parte, nella giusta direzione. Ma vale solo per il futuro e non per tutto quello che sin qui si è formato e rischia di dispiegare i propri effetti in un tempo eccessivamente lungo, finendo per applicarsi solo ai nuovi contratti e quindi, visti i bassi tassi di crescita e la scarsa dinamicità della nostra economia, a un numero troppo ridotto di persone e di imprese. Molti dei nodi elencati nelle pagine precedenti, peraltro, non sono affrontati. Il nostro mercato del lavoro continua a essere segmentato e i lavoratori penalizzati o avvantaggiati senza alcuna ragione di merito. Continua a essere ipergarantito il pubblico impiego, cui le norme del Jobs Act non si applicano né per il passato né per il futuro. Continua a esistere una contrapposizione tra chi è garantito in quel determinato posto di lavoro e chi è chiamato a misurarsi sul mercato. La dicotomia che prima esisteva tra lavoratori delle piccole e delle
grandi imprese oggi esiste ancora: da un lato, ci sono i lavoratori assunti nelle grandi imprese prima del marzo 2015; dall’altro, tutti gli altri, lavoratori delle aziende con meno di 15 dipendenti e nuovi assunti in quelle oltre questa soglia. Questo bloccherà ancora di più il dinamismo del nostro mercato: quale lavoratore di una grande azienda con un contratto del vecchio tipo accetterà una nuova proposta, magari con un salario migliore, sapendo che finirà per rinunciare a una rendita di posizione praticamente perenne? Nessuno, ovviamente. Così come non vengono minimamente affrontati il tema della produttività e la patologia, cruciale e ben segnalata dalla Banca Mondiale, per cui è sostanzialmente impossibile legare l’andamento dei salari alla produttività del lavoratore e ai risultati dell’impresa.

Massimo Blasoni

Politiche disattive

Tratto dal libro “Privatizziamo!Ridurre lo Stato, liberare l’Italia”

Anche dopo le modifiche subite dall’articolo 18 in fin dei conti siamo ancora fermi a un’impostazione fordista che immagina un sistema teso alla piena occupazione e grandi fabbriche in cui i lavoratori (operai, impiegati o quadri, poco importa) entrano giovanissimi per uscire soltanto al raggiungimento dell’età della pensione. È il mito della job property, del posto fisso, del lavoro a tempo indeterminato, otto ore al giorno, per tutta la vita nello stesso luogo fisico. Non è più così e sarebbe utile prenderne atto. È cambiato l’assetto sociale del nostro Paese: ci sono più laureati, la manifattura è in crisi, la rete ha «inventato» dal nulla nuovi lavori e permesso la modernizzazione di altri, esiste il telelavoro, la monocommittenza non è più un dogma e, come accade in molti Paesi occidentali, è utile che le persone si abituino a perdere il lavoro e, auspicabilmente, a trovarne un altro. A cambiare, insomma, cercando di migliorarsi, ad apprendere continuamente, restare occupate o occupabili.
In Italia, larga parte del mondo sindacale e del mondo politico sono sempre ancorati alla concezione che punta a difendere il posto di lavoro più che il lavoratore. Come se le fabbriche ci fossero sempre state e dovranno esserci sempre, quasi fossero icastici monumenti da tutelare dinanzi allo scorrere del tempo. Invece non sarà più così: le fabbriche che producono telefoni fissi diminuiranno, mentre cresceranno gli stabilimenti che assembleranno cellulari e tablet. Questo significa che non si potrà sic et simpliciter difendere il posto di lavoro di chi produceva cose che non servono più, ma occorrerà garantire a quei lavoratori la possibilità di essere di nuovo, potenzialmente, riassumibili da qualcuno. Per fare questo esistono le cosiddette «politiche attive», ovvero quell’insieme di azioni mirate alla formazione e al sostegno dei soggetti alla ricerca di una collocazione lavorativa.
Anche qui – non per essere esterofili, ma volendo comparare la nostra condizione a quella dei vicini di casa – dobbiamo dire che siamo agli ultimi posti delle classifiche: spendiamo per questa voce circa cinque miliardi di euro ogni anno, contro i 14 della Germania e i 16 della Francia. E questo fa sì che l’occupazione giovanile in Italia sia di sette punti percentuali inferiore alla Francia e di otto alla Germania, dal momento che i giovani tedeschi che alternano formazione (o studio) e lavoro sono cinque volte quelli italiani. Le politiche attive sono concettualmente l’esatto contrario del sussidio, che consiste in un beneficio economico erogato senza che vi sia, accanto, un servizio accessorio di formazione o di aiuto alla ricerca di un nuovo posto di lavoro. Da noi la percentuale di risorse spese in sussidi sul totale della spesa per politiche di sostegno all’occupazione è il doppio della media europea e questo riflette un atteggiamento culturale decisamente arretrato. Il nostro sistema è dunque pensato e modellato su «situazioni tipo» che non esistono più. Venti o trent’anni fa un’azienda poteva subire un breve periodo di crisi dovuto a fattori spesso esogeni e il sistema pubblico degli ammortizzatori sociali correva in soccorso dei lavoratori con la Cassa integrazione guadagni, la quale assicurava un beneficio monetario a quei soggetti che in via temporanea erano sospesi dall’attività lavorativa. Passata la crisi, la Cassa veniva sospesa e il soggetto ritornava attivo. In un periodo come questo, le aziende che vivono crisi passeggere sono sempre meno e i periodi di sospensione dal lavoro sono ogni volta prodromici alla chiusura degli stabilimenti o al loro trasferimento presso mercati più appetibili. Il risultato è che la Cassa integrazione guadagni funziona ancor oggi come uno strumento di accanimento terapeutico: si spendono molti soldi auspicando una ripartenza che non ci sarà e si chiudono gli occhi davanti al fatto che quei lavoratori andrebbero riconvertiti attraverso processi di riqualificazione formativa, mentre quelle stesse aziende potrebbero forse esse stesse essere accompagnate in un processo di trasformazione in grado di scongiurare la chiusura. Ma, come ben sa chi vive la trincea del lavoro, la rigidità genera rigidità. E così a un impianto normativo rigido e poco incline ai cambiamenti corrisponde, quantunque in parte modificato, un uguale sistema di ammortizzatori sociali: molto costoso, inefficace e poco orientato ai bisogni di lavoratori e aziende.

Massimo Blasoni

Divieto di assumere

Tratto dal libro “Privatizziamo! Ridurre lo Stato, liberare l’Italia” di Massimo Blasoni

«Divieto di assumere»: non si tratta di un paradosso ma del tentativo di spiegare il comune sentire percepito da imprese e lavoratori nel nostro Paese. I licenziamenti e le mancate assunzioni di questi anni non sono solo – giova ribadirlo – la conseguenza di una strutturale crisi economica, né possono essere semplicemente imputati all’aggressività delle imprese. Sono, anzi, il frutto di un sistema antiquato, barocco e fortemente burocratizzato che pone in capo a chi deve assumere e creare occupazione un quesito amletico: mi conviene o è meglio rinunciare? Non si assume essenzialmente perché le leggi che regolano i rapporti di lavoro sono eccessivamente rigide e, oltre al costo economico, vi è un costo normativo ormai insostenibile.
Qualcuno dovrebbe spiegare ai sacerdoti dell’articolo 18 (che vorrebbero ripristinare per tutti) che in un Paese in cui è difficile licenziare diventerà sempre più difficile e sconveniente assumere. L’articolo 18 va superato con riferimento a tutti i lavoratori. Gli interventi messi in campo da diversi governi sul fronte degli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato sono palliativi.

C’è poi il dato della totale incertezza normativa e giudiziaria in cui un imprenditore è costretto a muoversi. Prendiamo a paradigma il caso dell’apprendistato, che in Europa è considerato unanimemente lo strumento con cui garantire ai giovani un accesso intelligente al mercato del lavoro e, contestualmente, un riallineamento delle proprie competenze (la scuola spesso non insegna ciò che serve) con quelle richieste dal mercato. Dalla riforma Biagi del 2003, però, questo istituto ha subito ben dieci interventi correttivi di natura legislativa, tre modifiche attraverso decreti ministeriali,17 circolari interpretative e 30 tra note e interpelli. Per tacere del groviglio improduttivo di disposizioni riguardanti la formazione, spesso emanate più per far felici i formatori che i formati. In una condizione di questo tipo, difficilmente un imprenditore con un minimo di buonsenso si azzarda ad assumere un ragazzo con un contratto di apprendistato finalizzato all’assunzione.

Massimo Blasoni